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Il "miracolo" dei Poggini per Poggio e del dr. Nurchis: quando un viadotto non è un viadotto (ma resta sempre lì).

C’è chi, davanti ad un’opera da 15 milioni di euro in coda al lago di Poggio dei Pini, si interroga sull’impatto paesaggistico, sui costi, sull’utilità e sulle alternative possibili.


E poi c’è chi (per non fare nomi il dr. Pierpaolo Nurchis, dei “mitici” Poggini per Poggio), evidentemente a corto di argomenti, sceglie una strada più originale: fare guerra al dizionario. Perché il problema, a quanto pare, non sarebbe il gigantesco attraversamento previsto in un contesto paesaggistico straordinario. No. Il vero tema sarebbe come chiamarlo. “Non chiamatelo viadotto”, ci ha spiegato con sorprendente solennità nel corso dell’assemblea al Pala Poggio. Forse perché “viadotto” suona grande, invasivo, costoso. Meglio un nome più gentile, più poetico, quasi rassicurante: attraversamento, collegamento, ponte evoluto, chissà.


Ma la realtà, ostinatamente, ha un difetto: non cambia nome alle cose solo perché qualcuno lo desidera. Se una struttura collega due punti superando un dislivello o un’area sottostante, sostenuta da pile, campate e cemento, destinata al passaggio di veicoli e persone, con costi milionari e impatto visibile si può chiamare in mille modi. Ma sempre quella resta. Puoi chiamarlo ponte, viadotto, attraversamento panoramico, corridoio infrastrutturale emozionale o persino abbraccio architettonico al territorio: sempre un’opera enorme in coda al lago rimane. La domanda vera, infatti, non è lessicale o semantica. Non è: “Come lo chiamiamo?”


La domanda è:

“Serve davvero?” “È proporzionato?”

“È compatibile con un luogo di rara bellezza paesaggistica?”

“Esistono alternative meno invasive?”


Perché quando si inizia a discutere più del nome dell’opera che dell’opera stessa, il sospetto è che qualcuno stia tentando disperatamente di difendere l’indifendibile con un gioco di parole.


Anche Peppo Biggio è intervenuto per chiedere, con motivazioni strampalate, che il viadotto venisse realizzato.


E, con tutto il rispetto, un viadotto da 15 milioni non diventa invisibile solo cambiandogli etichetta.




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